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NBA Playoffs – West Preview

NBA Playoffs – West Preview
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La lotta per i PO ad Ovest è stata davvero infernale, serrata, bellissima. I delusi possono davvero piangere lacrime amare. Osservando la questiona da un altro punto di vista, però, ad Ovest si gareggia per essere terzi: esiste uno 0,5% di possibilità, legato agli infortuni soprattutto, che la Finale di Conference sia diversa da Golden State vs Houston. Per questo abbiamo diviso le altre squadre in “0” e “1”, a seconda della strada che possono fare lungo i bracci del bracket; solo a San Antonio, noblesse oblige, abbiamo riservato un trattamento leggermente migliore.

WESTERN CONFERENCE.

Gli Zero.

Minnesota Timberwolves. Il senso di incompiuto che avvolge questa partecipazione di Minnie ai PO 2018 nasce dall’infortunio a Butler, senza il quale sia l’accesso alla post-season sarebbe stato più agevole, sia il cammino meno scontato. Jimmy-B potrebbe tornare per il secondo turno? Forse, ma prima bisognerebbe arrivarci, e pur avendo Towns e una dose di talento abbastanza diffusa lungo tutto il roster, i T’Wolves non paiono ancora abbastanza “bad” per fare molta strada. Il nostro soprannome per Jimmy Butler è sempre stato “Piccolo Kawhi”: non manca solo il suo potenziale offensivo, manca anche la sua difesa, per non parlare del suo duro approccio mentale. Una cosa che al momento non è nell’animo del (per il resto) magnificamente talentuoso Andrew Wiggins. In ogni caso stagione positiva, con aumento di xxx W dall’anno scorso.

Utah Jazz. Rifugiati nelle mura della loro splendida difesa imperniata su Rudy Gobert, guidati da uno stratega raffinatissimo sia in panca (coach Snyder) che in campo (Joe Ingles), galvanizzati dal talento esplosivo di Donovan Mitchell, i Jazz non sono tanto costanti da poter arrivare in fondo al bracket di Conference. Il loro punto debole è l’attacco, centrato sul tiro da 3 o sulle capacità 1 vs 1 si Mitchell: monocorde, dunque e in una serie di 7 facilmente contrastabile da difese ben organizzate (come SA ad esempio).

Portland TrailBlazers. Da un lato questa stagione ha consacrato Damian Lillard come uno dei primi 10 giocatori NBA, dall’altro i Blazers sono entrati secondo noi in forma un po’ troppo presto, ed ora non sono al loro acme. Dame stupirà e incanterà, ma non andrà tanto lontano. Qualche Dame Time e qualche vittoria inaspettata potrebbe decisamente arrivare, ma raddrizzare una serie in cui parte sfavorita non sembrerebbe essere nelle corde di questi Blazers.

Gli Uno.

OKC Thunder. Un po’ di strada, ma non troppa, per una squadra tosta in difesa e teoricamente gifted in attacco, se non fosse che Russell Westbrook è un talento inadatto al gioco di squadra e potenzialmente dannosissimo negli ultimi 5 mins delle gare (stats alla mano). In regular season sono stati attorno al 50% W-L in trasferta, il che li rende pericolosi e potabili per il superamento del primo turno, ma destinati a soccombere in seguito. Se RW accende il cervello il discorso cambia, ma non ci scommetteremmo; inoltre, il clima interno non è dei migliori: George, Adams, coach Donovan sono molto chiacchierati al momento a proposito di poter non essere ad Oklahoma City il prossimo anno.

New Orleans Pelicans. Molto semplice: crediamo sia arrivato il momento per Anthony Davis di vincere un turno di Playoffs. E dato che si tratta di un giocatore fantastico (per quanto fragile di caviglie e ginocchia..) siamo sicuri ci riuscirà. Accanto a lui non manca il talento, anche se non abbondantissimo: Holiday è una garanzia, e Rondo si accende quando le gare sono importanti. La pattuglia di guardie non ha picchi ma talento medio più che buono: Moore-Miller-Clark possono eleggere sempre uno di loro a protagonista. Se i Pelicans non avessero perso Cousins faremmo altre valutazioni, ma purtroppo DMC è in bacino di carenaggio.

Royal Lounge

 

San Antonio Spurs. Sistemazione di favore per gli Spurs, cui per ragioni esclusivamente attribuibili al lignaggio assegniamo qualche chances più degli altri di raggiungere l’ultimo atto di Conference. In realtà questa stagione, complicata dall’infortunio a Leonard, ha scritto la parola finale su un lunghissimo periodo di storia della franchigia texana. Rimanendo sul campo: è stato il primo anno da 20 a questa parte che hanno avuto record perdente in trasferta, il che rende davvero impervio il loro cammino post-stagionale, dove prima o poi, se non sei primissimo, qualche W sulla strada è necessaria. Inoltre il ritmo con cui nei PO si succedono le partite non è favorevole ai vecchietti barricati ad Alamo, o al fisico pesantuccio di LMA. SA ha avuto in ogni caso una difesa capace di tenere sotto i 100/gara gli avversari, difesa quanto mai necessaria dato che, se dovessimo eleggere il peggior attacco di tutte le 16 franchigie qualificatesi ai PO, daremmo agli Spurs la poco gradita palma.

Gli intoccabili

Houston Rockets. Vincendo in maniera netta la RS i Rockets hanno dato risposta positiva alla domanda se potessero tenere, considerate le caratteristiche del gioco di coach D’Antoni, percentuali buone a sufficienza per 82 partite. La domanda viene ri-formulata per i PO. La risposta sarà molto influenzata dal comportamento dei refs. Non abbiamo mai fatto mistero (attirandoci anche antipatie) di ritenere che Harden e Paul siano mooooooooooooolto protetti dagli arbitraggi, a volte anche in misura davvero divertente. Se questo fun continuerà, allora vedremo i Rockets Campioni NBA, se invece tornerà a livelli capaci di generare meno interrogativi sarà un’ottima notizia per il Gioco. Altri difetti di HOU: non avere duri lottatori (PJ Tucker escluso), e avere giocatori grandi MA con frequenti, per non dire continue, cattive esperienze in post-season; i fallimenti di CP3 come nocchiero dei Clippers sono nei libri di storia, consultabili in ogni momento.

Golden State Warriors. Se si gioca a basket vincono loro, no contest. Se in mezzo cominciano a mettersi infortuni e arbitraggi, invece, sono battibili. La primavera in sordina con molti giocatori fatti rifiatare (9 sconfitte dal 9 marzo ad Aprile 8, mai successo in era-Kerr) potrebbe averli aiutati, anche se noi siamo del parere che ad alimentare le W siano altre W, non riposi e riposini. L’infortunio a Steph, più preoccupante di quanto sia trapelato in Europa, ha dimostrato che: vero, Klay e Dray-G….verissimo: Durant ha fatto il salto che gli mancava acquisendo cattiveria….però: il barometro e padrone è sempre Curry. GS è nata con lui e con Steve Kerr, tutto il resto è completamento e aggiunta.

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