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Quattro quarti con… FEDERICO BUFFA: i «Buffa racconta» e le storie mondiali (3°/4)

Quattro quarti con… FEDERICO BUFFA: i «Buffa racconta» e le storie mondiali (3°/4)
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Andato in archivio il SECONDO QUARTO CON… FEDERICO BUFFA: IL RAPPORTO CON IL BASKET, siamo pronti a giocare il TERZO QUARTO: I “BUFFA RACCONTA” E LE STORIE MONDIALI

I tuoi racconti, le storie mondiali. Più che un giornalista sembri un aedo. Si rimane rapiti e totalmente imbrigliati nelle trame della narrazione. Impossibile distrarsi, ed ogni volta si ha la sensazione di aver fatto un vero e proprio viaggio nel tempo, nello spazio, nella cultura, nella politica, nella storia. Come nascono le storie che racconti, chi sceglie i soggetti?

Loro mi dicono “il mondiale”, io scelgo i soggetti e improvviso però, non c’è un testo. Ogni cosa che vedete è una cosa che sta uscendo in quel momento. Ci son dei singoli pezzi che non sapevo neanche di dover fare, c’è una componente di improvvisazione impressionante. Il problema è che la mia memoria non è all’Averna, ma la carta dei dessert me la stanno facendo vedere… (ride) quindi tante volte quello è un problema, però spero di essere riuscito a farlo decentemente.

Non si direbbe che tu abbia problemi di memoria, onestamente…

Sì, ma guarda che una puntata lì, non so quanto duri in tv, però a volte per girarla sono anche 8-9 ore e alle volte me ne fanno girare pezzi. Nello stesso giorno devi fare pezzi di 3 puntate, quindi vai in camerino, ti cambi, torni fuori, fai una parte, ti ricambi, ne fai un’altra e poi per esempio ti chiamano e ti dicono “guarda, i musicisti in questo momento non possono, vengono domani, devi andare avanti oggi quindi fai l’86!” – Fai l’86… capisci, è decisamente fuorviante. Questa è stata una cosa complessa, però mentre lo facevo pensavo che non avevo mai avuto così tanta fortuna. Potevo fare una cosa che mi rappresentava, l’idea di fare dei crossover dove siano contenuti contesti differenti e tenerli assieme è sinceramente la cosa che mi piace di più al mondo, ma non necessariamente nello sport, in tutto.

Nelle storie mondiali e anche negli altri “Buffa racconta…”, che pure sono nati e prodotti per la tv, le immagini non hanno mai una centralità invadente, ma lasciano anzi molto spazio alla parola, che risulta comunque molto “visiva”, quasi cinematografica. Esiste per te un’estetica della parola e del linguaggio che permette di rendere figurativo un racconto?

Mi fa piacere che tu abbia notato questo aspetto, davvero. Perché il problema è che dal punto di vista tecnico Sky sarebbe l’ultima televisione al mondo per fare quel tipo di lavoro, perché in una televisione con un contenuto estetico e di immagini così avanzato, dove la ricerca dell’immagine più contemporanea che puoi trovare è prioritaria, allora questo è quello che gli americani chiamano un throw back, un viaggio indietro. E’ stato proprio quello che mi ha sorpreso. L’amministratore delegato un giorno mi ha invitato all’ottavo piano di Sky, dove di solito non si accede, e mi ha detto proprio questo: “retrocediamo di un battito. So che per noi è una scommessa, però facciamolo, mi fido, potrebbe venir bene”. E’ chiaramente antitetico rispetto a quello che abbiamo fatto fino ad ora – il bianco e nero a Sky non è considerato irrilevante, è considerato pernicioso, perché chiaramente ti obbliga a fare una televisione diversa – però alla fine se quello che dici tu ha un motivo per cui lo stai dicendo è perché allora non si è perso del tutto il gusto per quello che non è attuale, ma che lo può diventare. Perché realmente c’è una ciclicità nelle cose, il calcio veramente non è solo un gioco, è molto di più, i mondiali non sono semplicemente un evento, ma sono la più grande kermesse popolare della storia del pianeta e allora ha un senso andare indietro nel tempo. Perlomeno, io lo credevo e lo credo.

Questo è un aspetto un po’ “romantico” di te che ho colto anche leggendo qua e là tra cose che hai scritto. Ad esempio quando, parlando dell’articolo scritto per la rivista ufficiale NBA nel 2012, hai detto di averlo scritto “rigorosamente a mano”, o ad esempio l’uso dei vinili…

E’ che io conosco solo quel sistema lì. Aspetta… pronta? (ridendo tira fuori dalla tasca un telefonino dell’anteguerra) Io viaggio con questo. Perché è utile, perché rispetto ai segnali di fumo di ieri è un avanzamento. Secondo me si continua a far finta di niente, ma sarà diverso nella vita se io ti ho scritto una cosa a mano e tu senti la vibrazione di quello che ti ho scritto, rispetto ad un sms… Se io sento dire che ci si è lasciati per sms, io non voglio vivere su questo pianeta. Se due si lasciano per sms, siamo arrivati!

Siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ad esempio mica riesco a passare ai kindle. I libri per me sono carta, materia…

Ma certo… io fino a qualche anno fa nemmeno fotografavo nei viaggi che facevo, scrivevo solamente quello che vedevo. Adesso sono stato corrotto, ma l’idea è che la memoria è un’altra cosa, la memoria è la percezione di cosa hai sentito…

Nelle tue storie mondiali anche la musica riveste grande importanza. C’è sempre un disco o due a fare da filo conduttore della storia e poi il clou della narrazione è accompagnato live.

Quella è stata un’altra cosa molto innovativa, io ho chiesto la parte live e avendo degli autori e dei produttori favolosi, se qualcosa è venuto bene è una cosa condivisa, faticosa per loro e non per me. Sulla musica ho insistito perché io credo che la nostra vita abbia una colonna sonora. I mondiali scandiscono la nostra vita, ma la musica c’è in tutti i giorni della nostra esistenza, i mondiali no. E poi credo che la musica ci rappresenti. Penso che la domanda: “dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei” un minimo di accuratezza ce l’abbia.

E poi la musica ha un linguaggio universale…

Assolutamente. Ogni tanto mi sono imposto, non sono il tipo di star capricciosa, ma ad esempio se parlo di Jackie Charlton allenatore dell’Irlanda io voglio U2 Sunday Bloody Sunday. U2 l’avete sentito tutti, Jackie Charlton potrete non sapere chi è, ma se l’allenatore dell’Irlanda è un inglese c’è qualcosa che non quadra. Il principale gruppo di Nord Dublin ci dice che un gruppo di paracadutisti inglesi ha sterminato una quindicina di persone in un evento in cui poteva tranquillamente evitarselo, dunque perché la nazionale irlandese sia allenata da un inglese bisogna che sia successo qualcosa, quella persona doveva avere qualcosa di speciale che trascendesse l’essere inglese. Mi piace far vedere che il calcio fa succedere delle cose che non potrebbero succedere, che non succederebbero mai se non ci fosse il calcio. Perché il calcio è un deodorante, un antibiotico, un qualcosa che muta uno stato precedente e fa succedere cose che non sarebbero mai potute succedere altrimenti. E’ incredibile. Fare un viaggio nel ‘900 attraverso il calcio secondo me è salutare, perché ti aiuta a pensare a delle cose a cui non penseresti.

Dunque il calcio, lo sport, per raccontare la storia, la società. E’ questo l’obiettivo?

Guarda, mentre guidavo venendo qua sentivo alla radio delle interviste a decine di italiani sul perché oggi (2 giugno, n.d.r.) si stesse a casa. Delle risposte da dire “no, dai, non scherziamo!”. Anche su un momento così importante della nostra storia del ‘900… tanta gente oggi non è interessata a che cosa è successo per arrivare qui ed è uno dei motivi per cui io avrei tantissima voglia nella mia vita professionale prossima ventura di fare una storia sul grande Torino, al di là della mistica della squadra, perché vorrei che qualcuno cominciasse a raccontare Torino inserita in quel periodo storico, cioè dal ’45 al ’49. Ogni volta che parliamo della costituzione, ci dimentichiamo che nasce lì. Vuol dire che c’è un periodo storico fondamentale nel ‘900 in cui noi creiamo la carta costituzionale e il Torino gioca in quel periodo lì, quindi mi piacerebbe mettere insieme questi due contesti. L’idea è questa: se io faccio qualcosa di calcio, posso attrarre gente di varie età. C’è l’ottantenne che l’ha anche visto giocare il grande Torino, il tifoso di 15 anni o l’appassionato di 23. E se tu “a tradimento” gli metti dentro una riflessione sull’Italia degli anni ’40, compresa la parte costituzionale, lo hai fatto pensare.

Normalmente ero abituato a commentare l’NBA e vedevo sempre più o meno lo stesso tipo di persone. Ora, da quando ho cominciato a produrre delle cose più “orizzontali”, arrivano le madri e le mogli. In particolare sono le madri che mi colpiscono. Le madri che ti abbracciano e ti dicono “grazie”. Grazie di cosa? “Grazie perché mio figlio ha guardato questa trasmissione perché credeva di vedere un programma di calcio ed è stato obbligato a farsi delle domande su altri aspetti della vita”. Per me questo è il massimo. Non mi ritengo un educatore, perché non lo posso fare, però queste son le volte, le rare volte, in cui penso di aver fatto qualcosa che avesse un senso, che non finisse 10 secondi dopo la sigla.

Questo tuo “prestito” al calcio è stato positivo e fruttuoso allora…

Questo lo stai dicendo tu… beh, per quelle madri si. Io sono sociopatico e socialpatico, quindi non sono molto adatto all’allargamento del numero di persone che mi conoscono. E’ chiaro che se tu racconti l’NBA hai una nicchia di 25.000 che sono dei talebani, gente che conosce e vuole quello. Se però ti metti a parlare di calcio in prime time a Sky e orizzontalizzi la gente che ti ascolta hai ovviamente anche una visibilità diversa. Io di mio non sono molto adatto, per natura. Ma se ci sono dei ragazzi, anche uno solo, che si fosse incuriosito su cose che non riguardassero strettamente il calcio, allora hai speso bene il tuo tempo, mettiamola così.

to be continued… (Nel quarto quarto I mondiali in arrivo e poi…)

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