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Quattro quarti con… FRANCESCO PICCOLO: il 2014 e il ruolo della scrittura (1°/4)

Quattro quarti con… FRANCESCO PICCOLO: il 2014 e il ruolo della scrittura (1°/4)
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L’idea di questa intervista nasce esattamente il 4 Luglio di quest’anno. No, non ha nulla a che vedere con l’Indipendence Day. E’, anzi, qualcosa di orgogliosamente italiano. Quella mattina tutte le radio rimbalzavano la notizia che il vincitore del Premio Strega 2014, il più prestigioso riconoscimento letterario nazionale, era andato a “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo. La famiglia Piccolo è sempre stata profondamente coinvolta nel mondo del basket, Francesco per primo. Pensare alla levatura del personaggio, trovare il collegamento con la nostra adorata palla a spicchi e decidere che sarebbe stato lui la mia prossima “vittima” è stata questione di un attimo. Nel mezzo, tra quel 4 Luglio e oggi, c’è stata la mia necessità di leggere e gustare il libro e gli ovvi impegni di Francesco. L’ho incontrato qualche settimana fa a Cuneo, nel corso della manifestazione “Scrittori in città”, dove dopo un incontro di presentazione si è prestato con estrema disponibilità alle mie domande. Ecco cosa ne è nato.

1° QUARTO: IL 2014 E IL RUOLO DELLA SCRITTURA NELLA SUA VITA

Cominciamo dal presente. Anno 2014. Hai vinto il Premio Strega per “Il desiderio di essere come tutti”, quattro premi importanti (David di Donatello, Ciak d’oro, Premio Luciano Vicenzoni al Bari International Film Festival, Nastro d’Argento) per la sceneggiatura de “Il Capitale Umano”. Considerando che la tua attività spazia anche nel campo autorale e giornalistico, ci sono altri premi che mancano al mio appello?

«(Ride) Non lo so, non credo. I premi dopo un pò sono pericolosi perché uno poi ci si abitua, li vuole, comincia a pensare “adesso cosa posso vincere?”. La verità è che i premi sono molto belli perché sono dei riconoscimenti al lavoro che fai, però vanno pure dimenticati il più presto possibile, perché una persona che scrive deve scrivere, quindi è bene dedicarsi a quello e andare avanti».

Tra i tanti cappelli che hai, di scrittore, sceneggiatore, autore, giornalista, quale ti piace di più vestire e perché?

«E’ una domanda che mi fanno in molti. Io non riesco a fare una classifica perché mi identifico completamente in questa varietà. Essere uno che scrive cose diverse era una cosa che mi sarebbe piaciuto fare, e così è successo. Un pò sarà successo perché volevo farlo e un pò perché le cose accadono. L’unica cosa veramente inquietante e preoccupante è che io mi identifico in questa specie di costellazione e quindi mi dispiacerebbe pensare un giorno di non essere più così. Per me scrivere ormai è tutto questo insieme, a 360 gradi».

Quali sono i punti in comune tra queste diverse forme di scrittura?

«I punti in comune sono il fatto che viene messa in piedi una creatività ed un elemento artigianale che però varia dall’una all’altra. La vera diversità consiste nel fatto di essere da soli o in compagnia, è quella poi la differenza tra la letteratura e il cinema, tra la letteratura e la televisione, tra il giornalismo e il cinema o la televisione. Il segreto consiste nel fatto di non fare alcuna differenza tra le cose che sono tue e le cose che condividi con gli altri».

Ecco, questo in effetti volevo chiedertelo tra poco… nello scrivere da autore o da sceneggiatore tu scrivi in funzione di qualcun altro, metti la tua scrittura a servizio di qualcun altro, componente che c’è di meno nello scrivere un tuo romanzo. Quanto di te metti nello scrivere per gli altri?

«C’è tanto di me che ovviamente si amalgama con il tanto degli altri, ma questa non è una diminutio mai, anzi… in qualche modo, dal punto di vista emotivo mi coinvolge anche in una maniera più forte, perché io sono molto “solido”, quando riguarda solo me stesso so essere forte. Quando invece c’entro con gli altri e quindi il mio lavoro va a favore, ma anche a discapito di altri se faccio una cosa che magari non piace, mi sento emotivamente anche più responsabile nei loro confronti. Con me stesso ci so avere a che fare, se faccio una cavolata da solo so accettarlo, so soffrirne e so anche venirne fuori abbastanza bene. Il fatto di avere la responsabilità di un regista o di un conduttore come Fazio o di un attore anche o di un altro sceneggiatore, questo mi coinvolge di più emotivamente. Oltretutto il coinvolgimento emotivo nel cinema o nella televisione è maggiore perché la letteratura ha un tempo lungo e poi… tu leggi il mio libro a casa tua e io non so nemmeno che reazioni hai. Il cinema, o addirittura la televisione in diretta, è una cosa che senti in immediato ed ha un impatto emotivo molto forte».

To be continued… (Nel 2° quarto: il romanzo “Il desiderio di essere come tutti”)

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