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NBA – ROOKIES: NON SUL RED CARPET MA IMPORTANTI

NBA – ROOKIES: NON SUL RED CARPET MA IMPORTANTI
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Una domanda canonica arriva ogni stagione dopo un certo numero di partite: quali rookies stanno incidendo davvero, a parte i predestinati?

Si ripete circa a questo punto dell’anno, dopo le prime 15 o 20, a Natale, in occasione dell’AllStar Weekend, infine a Regular Season terminata per trarre le dovute conseguenze: il premio di ROY, lo steal of the Draft, il bust of the Draft.

Finora si indentificano un dominatore (annunciato): Luka Doncic. Un atleta di livello assoluto anche se ancora non definibile come dominante: la Prima Assoluta DeAndre Ayton. Poi una frattura, gli altri, anche i migliori, vengono dopo. Certo: Jaren Jackson conferma il proprio talento, così Wendell Carter. Altri faticano di più: Trae Young segna parecchio e sforna anche assists (arrotondando 17 e 8), ma tira il 39% dal campo, il 24 da 3; nelle triple di Novembre è 7/48 (14.5%).

Ho quindi selezionato una cinquina (che può anche essere un quintetto) di rookies che non sono stati scelti fra i primissimi e che si stanno comportando bene (o benissimo), tanto da essere entrati a pieno diritto nei meccanismi delle loro squadre.

Il primo senza dubbio è Shai Gilgeous-Alexander (Clippers). Parte già stabilmente in quintetto (trasportato dall’infortunio a Avery Bradley: gioca 28 minuti a gara, ma già oltre i 30 contando solo Novembre) come co-pg insieme a Pat Beverley. Fisicamente conviene sempre avere in guardia, e in pg, un 201 cm dalle braccia lunghissime. E’ un buon difensore, anche se non il tipo del “cagnaccio” come appunto il compagno Beverley o Marcus Smart: questo ex Kentucky U. è estremamente tecnico, pulito, lineare anche nel modo di difendere. In attacco è ordinato e costante: segna qualche decimo sotto la doppia cifra (9.7), tira il 47 dal campo, originato da 49% da 2 e 36 nelle triple; 3 assists e 3.3 rimbalzi a gara, cui aggiunge 1 stoppata e 1 recupero. Una stat che dobbiamo imparare a guardare (nulla di rivoluzionario, ma da poco hanno iniziato i più nerd degli esperti di analisi statistica delle franchigie NBA) è quella data dagli STOCKS, la somma di steals e blocks. Questo numero positivo viene sempre più spesso contrapposto al totale delle palle perse per determinare quanto davvero sia dannoso un giocatore, quanto le boiate siano riparate dagli sforzi positivi. SGA perde 2 palloni a gara: negativo se si considera la pura ratio ideale tra assists e perse (che per lui sarebbe inferiore al minimo sindacale di 2), positivo se si considera che gli stocks non annullano ma decurtano ampiamente i palloni buttati (22 su 29).

Secondo novellino Chandler Hutchinson (Bulls): mio pallino, per lui attendo un futuro difensivo modello-Iguodala. Non sfolgorante il suo inizio, ma positivo. Magagne: tiro da 3 (22%) e tiri liberi (65%, inaccettabile in generale, in particolare per una sf che offre il meglio in avvicinamento al canestro). Punti forti: tiro da 2 (52%), e buon rendimento rispetto ai 19 minuti giocati: 5-4-1 con tanta difesa non sono da rifiutare da parte di un rookie con molti aspetti del gioco ancora da costruire.

Josh Okogie è talmente dentro i meccansismi e le rotazioni dei T’Wolves da essersi già preso un nickname dai telecronisti locali: Obi-Wan-Okogi. L’atletismo del rampollo di Georgia Tech nato in Nigeria è impressionante. Arriva a stento a 195 cm, ma gioca come se fosse 10 cm in più, può difendere anche sui centri più slim e non è timido in attacco anche se le % sono migliorabili. Dato il ruolo, è stato danneggiato in termini di minuti a disposizione dall’arrivo a Minnie di Covington da Philadelphia, essendo l’ex-Sixers un 3-4 che può difendere qualsiasi ruolo e molto più raffinato ed efficace offensivamente di Okogie. L’importanza del ragazzo è però determinata dalla conferenza stampa in cui coach Thibodeau si è scusato con lui e il veterano Tolliver per i minuti che sarà costrettao a togliergli. I numeri di JO sono: 8-4-1, 19 stocks per 17 perse in 23’ di media sul parquet.

La sorpresa forse maggiore è quella che sta fornendo Allonzo Trier (NY). Oltre che per il buon rendimento, anche per il fatto di essersi ritagliato il meritato spazio passando attraverso il coach-bullo David FIzdale, che ha un atteggiamento estremamente aggressivo verso i suoi giovani Knicks e condanna e promuove a getto continuo questo o quel giocatore. Trier ha avuto spesso anche l’ultimo tiro nelle mani: aspetto significativo a prescindere dagli ondivaghi risultati di quegli spari. Sono 25 i minuti a partita, e 11.3 i punti: non da sottovalutare considerando che dei 66 rookies in campo finora solo 8 segnano in doppia cifra e solo Doncic si avvicina ai 20 (19.6). Ha anche discrete percentuali: 50% da 2 e 40% da 3, dati promettenti tenuto conto che il prodotto di Arizona U. gioca a New York, dove la pressione dei media è sempre massima e dove Knicks fa sempre rima con casino, anche se l’allenatore fosse il Dalai Lama e il GM un erudito benedettino.

Il quinto è, per molti versi, il più celebre e pronosticato al successo: Mo Bamba. Il centro “next Embiid” dei Magic ha visto finora meno campo di quel che mi attendessi, 17 mins a partita, ma ha numeri che, traspostati sui 36 minuti, fanno davvero luccicare gli occhi di coach, staff e fans dei Magic. Nei 17′ fa registrare 7-5-1 con 1.5 stoppate: trasportati su un impiego da titolare significa che siamo di fronte ad un giocatore GIA’ capace di 15+10 con 3 stoppate a gara. Inoltre ha fatto vedere di non essere inabile da 3: il suo 29% è, per un lungo, percentuale facilmente allenabile e trasformabile in qualcosa di sontuoso. In termini di upside, potenziale futuro, Mo è, secondo me, da preferire alla Prima Assoluta DeAndre Ayton.

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