Anche i grandi amori, spesso, finiscono. Quello tra Vanoli Cremona e Serie A durava da 8 anni: tra alti e bassi, sembrava ormai un vincolo indissolubile; ma si sa che quando si danno per scontate certe cose, è la volta buona che i rapporti riservino amare sorprese. Così è stato per la squadra biancoblu, che – dopo l’ascesa fino al quarto posto nel precedente campionato – ha dovuto conoscere l’onta del sedicesimo posto, che ne ha decretato la retrocessione. Una retrocessione senza appello – checché se ne dica – figlia di un campionato sempre in salita, con qualche sprazzo di luce in mezzo a tanta nebbia e nuvole. Quasi un divorzio annunciato, dunque, quello dalla Serie A.

Quando il direttore di Baskettiamo.com – Salvatore Cavallo – mi ha chiesto di fare ai nostri lettori il resoconto della stagione, ho aderito al “mandato”, prendendomi però tutto il tempo necessario per soppesare cosa scrivere e cosa no. Nel frattempo, più o meno tutti i colleghi di altre testate e blog si erano lodevolmente cimentati nell’analisi della stagione di Cremona: conoscendo le attitudini degli appassionati locali, so per certo che ora si saranno ampiamente fatti un’idea di cosa abbia funzionato poco e cosa non abbia funzionato per niente, nel campionato della Vanoli. Dunque, a che pro ammorbarli ulteriormente, ripercorrendo le tappe di quel doloroso cammino? Però c’è un però: quando si analizza la fine di un rapporto importante – specie a mente fredda – bisognerebbe andare oltre gli episodi, cercando di capire che, forse, certe cose succedono perché la cosa è pressoché ineluttabile. Chi avrà la bontà di proseguire nella lettura, avrà forse modo di valutare motivazioni solo in apparenza banali, ma accettate le quali, la delusione per la retrocessione sarà un po’ più sopportabile.

Perché è retrocessa la Vanoli?

  1. Perché ogni anno deve retrocedere dalla Serie A una squadra. Retrocede la squadra ultima in classifica. La Vanoli è arrivata ultima, perché ha fatto meno punti degli altri. Ovvietà? Non se consideriamo il fatto che una delle squadre che complessivamente ha espresso il peggior basket della LBA, in termini di spettacolarità – Pistoia – sta tuttora giocando i play off. Nel basket – ai fini dei risultati sportivi – contano solo le vittorie. Le giocate spettacolari, i proclami, le dichiarazioni d’intenti, l’impegno negli allenamenti, non vanno a referto neanche nelle statistiche. La Vanoli ha perso per incapacità di vincere; ha perso perché come squadra, pochi giocatori hanno avuto contemporaneamente “la bava alla bocca” o – per utilizzare un’espressione tanto cara a coach Pancotto – “la cultura della vittoria”. Senza quella, si sono perse – a grappoli – partite condotte avanti anche di venti punti. In tali circostanze, l’ultimo posto “non poteva sfuggire”.
  2. Perché la Pietra Filosofale non esiste. La crescita indubbia della società del presidente Vanoli, è stata frutto (anche) di scelte spesso felici, talvolta fortunate; in più di un’occasione, il g.m. Andrea Conti e il resto dello staff erano stati capaci di pescare di volta in volta il jolly per tamponare falle, risollevare il gruppo, rilanciare le velleità dei biancoblu. Questo per anni aveva pagato dividendi importanti. Stavolta le cose sono andate diversamente: la rinuncia all’asse Vitali-Cusin, non adeguatamente sostituito, è stato forse figlia più della convinzione che la “buona stella” non avrebbe tradito la dirigenza biancoblu, piuttosto che di un abbaglio collettivo della stessa. Un po’ come pensare che bastasse portare un giocatore “normale” a Cremona, perché questo diventasse un mezzo fenomeno. La realtà, ben diversa, parla, ad esempio, di un ormai ex-giocatore (Omar Thomas) chiamato a sostituire un top-player come Washington; narra di un talentuoso, ma immaturo e capriccioso Gabe York, chiamato a sostituire un McGee con due anni di proficua esperienza nel massimo campionato italiano; di una serie di giocatori che discreti erano e discreti sono rimasti, nulla più. Insomma: a Cremona non vi è mai stato niente e nessuno che potesse trasformare le pietre in oro. Oggi ne siamo più che mai certi, tutti quanti.
  3. Perché i giocatori sono prima di tutto uomini. Non esistono uomini inerti alle vicende della vita; non vi sono dunque giocatori che possano garantire un grado di concentrazione ed efficienza, prescindendo dalle vicende personali. Senza fare nomi, qualche giocatore del roster ha patito oltremodo vicissitudini inerenti la sfera personale, non riuscendo a dare sul campo ciò che – legittimamente – ci si sarebbe aspettato. “Sì, ma sono professionisti…”, obbietteranno alcuni. Vero, ma non tutti hanno trovato nella #Vanolifamily di quest’anno il feeling migliore per compensare determinate mancanze. Come in tutte le famiglie, non è il “nome” di appartenenza a determinarne i rapporti familiari, ma le persone che ne fanno parte, la loro individuale capacità e volontà di supportare gli altri membri più in difficoltà. Qualche carenza umana, dunque, può aver avuto un peso non indifferente nel clima dello spogliatoio, nonostante l’impegno profuso in tal senso da management e tecnici.

A margine di quanto sopra, si sono già scritti fiumi di parole sull’avvicendamento in panchina tra Pancotto e Lepore: il primo – carismatico, esperto, grande comunicatore – ha probabilmente accettato scelte ardite da parte della società, forse contando eccessivamente sulla propria indiscussa competenza, che comunque – nonostante due innesti riparatori – non gli è bastata per andare oltre le 2 vittorie su 11 incontri. Il secondo, comprensibilmente ambizioso, dopo anni da vice, non è riuscito a trasmettere ad un gruppo in perenne crisi identitaria la necessaria leadership, di cui avrebbe avuto tanto bisogno; nonostante l’addizione di un atleta di spessore come Johnson-Odom e poi di Ibarra, non è riuscito più di tanto a invertire l’inerzia di un team che si è assuefatto alla sconfitta. La presenza ed il supporto di esperienza del vice Andrea Zanchi lo ha solo parzialmente alleggerito dall’enorme peso della guida tecnica, sempre più greve man mano che passavano le giornate della regular season e le sconfitte si assommavano. La società e lo stesso Paolo Lepore sapevano bene che la sua promozione a ruolo di head-coach sarebbe stata una scommessa. Come tutte le scommesse, si poteva vincerla o perderla: avendola persa, la società ha voluto chiudere un ciclo, interrompendo anzitempo il rapporto in essere da circa dieci anni col tecnico cremasco.

Aldo Vanoli

Striscione Aldo Vanoli 1

A giochi fatti, durante la vittoriosa, ultima partita casalinga contro Reggio, la tifoseria del PalaRadi ha tributato al Presidente un doveroso ringraziamento per gli otto anni goduti nel basket d’elite italiano. Da uomo appassionato e sensibile quale è, Aldo Vanoli ha voluto ripagare l’affetto dei sostenitori biancoblu, confermando da subito l’impegno della società ad iscrivere la squadra al campionato di serie A2. Lo stesso Presidente ha dichiarato di assumersi in prima persona la responsabilità della retrocessione, essendo stato lui – come numero uno della società e principale finanziatore – ad avallare tutte le scelte operate dai suoi collaboratori. Nei giorni a seguire, il vicepresidente Davide Borsatti ha confermato l’impegno societario a stilare un piano pluriennale per tentare di risalire in Serie A; il tassello fondamentale per dare vita al nuovo ciclo è stato identificato in Andrea Conti, riconfermato G.M. Quanto alle eventuali, residue possibilità di ripescaggio, Borsatti ha dichiarato che la Vanoli guarda al prossimo campionato di A2, riservandosi eventualmente di valutare possibili sviluppi, nel caso che altre società di Serie A si trovassero nelle condizioni di non poter iscrivere la loro squadra al campionato. Dunque, ad oggi la Vanoli Cremona si è lasciata con la Serie A, con una formula non inconsueta tra gli umani: “Lasciamoci, ma restiamo amici”.